iuseppe Borrello è un artista che ha approfondito la sua ricerca sulla figuratività classica, nella quale esercita una manualità meticolosa e, non per modo di dire, in punta di penna. Esaminare il suo percorso significa dunque cercare di comprendere meglio la sua propensione e il suo gusto per la figura umana, che egli tratteggia con la precisione e la pazienza infinita di un antico miniaturista, rivolgendosi soprattutto alla bellezza del volto femminile (fig.1) e della fragilità infantile.

fig.1. "La Greca"
1992, penna biro
monocroma
fig.1. "Carmelina"
2001, penna biro
monocroma
Coraggiosamente anomalo nel panorama attuale dell' arte, Borrello dimostra le ottime ragioni di una scelta tutt'altro che facile, perseguita con un ardore insolito, e mirando a una resa visiva dl grande forza suggestiva. Egli proviene con evidenza dalla lezione del Novecento, ossia da quel momento magico di ritorno all'ordine della cultura italiana, quando i valori figurali e plastici erano stati riscoperti in contrasto con le avanguardie più dirompenti, e nel recupero della lezione estetica e formale della nostra antichità. Accolto questo insegnamento, lo ha rifatto suo recuperando la felicità di rapporto con un'arte appagante e difficile, alla quale si può accedere solo con lo studio e l’affinamento di doti artistiche innate e ormai, purtroppo, rarissime.

Borrello ha scelto di vivere lo spazio chiuso del suo atelier, e di credere a pochi ma sicuri elementi visivi. La sua verità interiore lo porta a cercare la bellezza nel segreto di uno sguardo, nel fremito controllato di una bocca, nel movimento naturale di una ciocca di capelli (fig.2). La riconoscibilità del reale è per lui elemento compositivo ineludibile per raccontare la sua visone del mondo, e per stabilire l'armonia e l'equilibrio delle forme e dei volumi.

Meraviglia l'uso sapiente che questo artista fa della penna e delle punte metalliche, mezzi che, per loro natura, non consentono ripensamenti e che costituiscono quindi il definitivo risultato di una contemplazione attenta al soggetto da raffigurare e di una progettazione lungamente elaborata. Alieno al gioco delle apparenze o delle illusioni, anche gli spazi che egli costruisce intorno alle sue immagini, rientrano nelle dimensioni della realtà. Operando con intelligenza, il suo tratteggio tende alla cristallizzazione della forma, a cui conferisce un'oggettività quasi asettica. Per altro, l'immissione dei dati figurali nella composizione assume valenze psicologiche tutt'altro che scontate, dove l'assenza di enfasi definisce precisi dati caratteriali e situazioni ben motivate. I suoi ritratti sono quindi costrutti analitici, nei quali vibrano temperature esistenziali tenute sotto controllo dal pudore dei sentimenti.

fig.3. "La Strage degli Innocenti"
1990, penna biro
monocroma
Non è incongruo, a questo punto, citare Annigoni come figura maestra di riferimento, anche se poi risulta del tutto personale il gusto scenografico che Borrello mette in luce, quando compone un'opera complessa e rischiosa come "La strage degli innocenti" (fig.3). Si tratta di una trasposizione allegorica di taglio rinascimentale, eseguita a penna biro monocroma, dove le fughe prospettiche, focalizzate da un'ombra nera a forma di croce sull'impiantito di un cortile di sapore metafisico, rispondono a leggi costruttive classiche. Le presenze scultoree dei guerrieri alludono a una violenza fredda, dove è stata esclusa la presenza del sangue. Le figure infantili sono drammatiche e contorte, come le posture delle donne indifese e disperate. Le qualità compositive di quest'opera non contraddicono certo la serena bellezza dei ritratti appena citati, e tuttavia aprono lo spazio a nuove interrogazioni sulle motivazioni più nascoste di questo maestro del segno.


Vittorio Sgarbi

da "I GIUDIZI DI SGARBI 99 artisti dai cataloghi d'arte moderna e dintorni" - Editoriale Giorgio Mondadori - Milano 2005